Carissime Sorelle, per facilitare la lettura, riportiamo il terzo intervento del prof Loro, preceduto dalle domande che gli hanno rivolto due sorelle:
Suor Agostina ha detto...
Grazie a Daniele per le risposte puntuali e precise su questo nostro blog! Considero e avverto queste risposte come lo sbriciolamento di quel pane, offertoci nel programma di formazione verso il 2012 e presentato dalla madre a tutti gli incontri natalizi. Il professore ribadisce con forza la necessità di riandare alla narrazione della propria storia personale di vocazione e a quella della Congregazione proprio perché tutte, diceva nella presentazione, “siamo corpo vivente e volto” della stessa. Comprendo allora che tornare alle sorgenti della propria vocazione personale e comunitaria è lo sfondo che ci deve accompagnare, non per fermarci lì, ma piuttosto per leggere, interpretare, far emergere i significati, aiutarci a cambiare, modificare, tenere, lasciare. Questa penso, sia la più grande sfida alla quale siamo impegnate a rispondere come Figlie di Gesù che vivono l’oggi. Da quanto capisco allora “leggere e interpretare”la realtà personalmente e comunitariamente, diventa modalità perché ciò che accade ogni giorno ci possa davvero parlare e da ciò possiamo trarre “significati perenni”. Ma chi concretamente accompagna e sostiene questo cammino perchè sia davvero il percorso dentro al quale tutte ci ritroviamo e possa contribuire a ridarci un volto rinnovato? 27 aprile 2009 12.07 sr Letizia ha detto...
Prima di tutto grazie. A questo punto però una domanda in me si presenta in modo sempre più forte. Nel suo commento del 15 aprile, lei professore, parlava di "sorelle separate dalla proprio congregazione", e più avanti di un ordine che sa molto di umano e forse poco di spirituale. Questo mi richiama una preghiera che qualche tempo fa nella liturgia è tornata spesso, nella quale si chiede la luce per vedere le cose da fare, ma anche la forza per attuarle. Qualche volta sembra che il conflitto, il mettere in dubbio, l'affrontare in modo dialettico le questioni sia la calamità più grande dalla quale proteggerci, senza renderci conto che un ordine troppo ordinato o un ideale intoccabile, di fatto finiscono per restare talmente estranei alla nostra vita da non dirci più niente. Ed ecco allora la mediocrità, la vita da "separate spiritualmente e vocazionalmente", che penso porti all'infelicità, alla divisione interiore e anche alla sterilità.Allora mi chiedo e le chiedo: come fare per superare questa paura? come fare per far sì che il percorso che si profila vada davvero in profondità e scardini anche concretamente un certo status quo? e ancora, in certi casi non ci è forse chiesto di riflettere a lungo e sistematicamente, anche dandoci del tempo, su se stesse e sulla propria realtà vitale? e non è forse necessario un accompagnamento?Non so se sono riuscita a spiegarmi. Perdoni il mio pathos, ma realmente percepisco - come diceva una consorella - che qui si tratta di una questione di vita o di morte, ... non solo per me!Grazie per la sua disponibilità. 27 aprile 2009 14.48
3 maggio 2009 09.25:
Daniele Loro ha detto...
Care sr. Agostina e sr. Letizia,anzitutto vi chiedo scusa per non avere risposto subito; in questo momento sono impegnato nelle lezioni universitarie e in questi giorni si è aggiunto l'impegno di due giorni di formazione da cui sono tornato ieri pomeriggio.Mi sembra che siano due le domande poste:
a) c'è bisogno di qualcuno che accompagni il cammino di rivisitazione della propria storia personale e di congregazione?b)come superare il timore che si prova di fronte a tutto ciò che si avverte possa essere causa di dubbi, conflitti, disordine, ecc..a) Rispondo alla prima domanda dicendo che sì, forse vi è la necessità di una figura esterna che accompagni il processo, e che rappresenti un punto di riferimento, in ogni caso dovrà trattarsi di una figura temporanea.
Chi potrebbe essere, o meglio: quale sarebbe la sua funzione? Due le possibili alternative: una figura che dica "che cosa fare", ossia una figura il cui contributo si incentri sui "contenuti" della vita delle FdG. Sarebbe senz'altro utile, forse sarebbe molto comoda, ma avrebbe il "difetto" che si presenterebbe - di fatto, che lo voglia o no - come un rifondatore dell'Istituto, espropriando le sorelle della Congregazione di ciò che è loro specifico: decidere del proprio futuro, personale e congregazionale, di consacrate FdG. In altre parole, ciò significa che i "contenuti" della vita di Congregazione sono patrimonio della stessa e il loro eventuale rinnovamento deve avvvenire attraverso un processo che scaturisca dall'interno; certo: si potranno chiedere appporti "esterni" (esperti, testimoni, consulenti), ma la sintesi deve essere "interna"; ecco perché alla fine le figure esterne non potranno essere decisive. L'altra figura potrebbe essere di un accompagnatore che aiuti nell'individuare "come" fare, il cui contributo si incentri sul percorso da intraprendere, quindi sul "metodo",più che sui contenuti. Ma, anche in questo caso, sarà una figura necessaria solo fino a quando non si riuscirà a camminare da sole, anche dal punto di vista metodologico.
A questo riguardo lancio una "provocazione": poiché il carisma delle FdG è "educativo", ci saranno certamente sorelle in grado di elaborare un percorso formativo "interno", quindi non finalizzato ai destinatari delle opere (bambini, ragazzi, genitori, ecc..), ma "auto-formativo", finalizzato alle sorelle. Potrebbe essere questo il "momento favorevole" (il "kairos" di cui parla s. Paolo) per sperimentare il proprio carisma su se stesse, prima ancora che finalizzarlo ad altri: dunque un "bagno" nel carisma! In fondo, ripercorrere la propria storia ha esattamente questo obiettivo: ritornare al carisma! Ecco perché non è un'operazione nostalgica, ma una esperienza carismatica e quindi teologica: cosa vuol dire, oggi, vivere l'educazione come "luogo privilegiato" della testimonianza dell'amore di Dio per l'uomo? Se l'obiettivo è arrivare a dare risposta a questa domanda, che strada percorrere? Quali distinzioni è necessario fare, per arrivare a capire bene quale possa essere oggi la risposta e se debba essere data negli stessi termini del passato?
b) Qui mi collego alla seconda domanda, posta in particolare da sr. Letizia. La paura del disordine, del conflitto, della confusione, si supera - accettando preventivamente che comunque c'è - se si capisce che i problemi complessi (e questo lo è certamente!) si affrontanono con approccio conoscitivo altrettanto "complesso": non lo si affronta in termini "semplici", cioè riduzionistici, che tengano presenti solo alcuni aspetti e non altri. Pensare ed agire in termini complessi presuppone strutturalmente il "disordine" (dove può emergere di tutto), perché è il passaggio necessario per arrivare ad una nuova organizzazione, in cui si terrà alla fine solo quello che realmente "serve" perché appare fecondo. In altre parole, la paura la si supera (almeno in parte) con un incremento di conoscenza adeguata, a sua volta sostenuta dalla "speranza" che alimenta la fede. O paura o speranza: questa è forse l'alternativa radicale di fronte alla quale mi sembra sia posta la Congregazione, in questo avvio del triennio di celebrazioni. Ci potranno essere molte sorelle che hanno paura, giustamente, ma chi sceglie di sperare, deve sperare sul serio, non solo a parole o nei pensieri! A sostenerla può aiutare il pensiero che la vita consacrata è dono dello Spirito; se questo dono viene meno, non ci sarà niente da fare, per quanto si voglia tentare di far sopravvivere la Congregazione, ma se lo Spirito continua a soffiare sul carisma delle FdG, allora questo continuerà a dispetto di tutte e di tutto. Il bello è che nessuna delle FdG sa a priori che cosa ha intenzione di fare lo Spirito! Può solo capirlo a posteriori, attraverso le vicende personali e comunitarie. Qui ritorna il pensiero alla riflessione su di sé: ogni sorella, dalla più anziana alla postulante appena entrata, dovrebbe chiedersi seriamente se interiormente è più presente la paura o la speranza. Quando la risposta sarà data, si potrà procedere di conseguenza, accettando con coraggio di progettare un cammino di revisione - anche duro, lungo e doloroso - e di nuova attualizzazione della propria presenza edcuativa nella chiesa e nella società. Buona Domenica a tutte le sorelle. Daniele